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Rocca San Casciano

Rocca San Casciano vanta origini antiche: sarebbe stata fondata dagli Etruschi, dai Galli o dai Romani col nome di Sassatica, versione fatta propria da chi ha inventato lo stemma di una rocca fortificata con tre torri. L’origine etrusca sarebbe testimoniata da reperti archeologici e dalla posizione geografica del paese, sorto alla confluenza di più corsi d’acqua, il fiume Montone e i fossi Ridazzo e S. Antonio: un’ubicazione tipica per una popolazione come quella etrusca, che praticava il culto delle acque.
Il nome attuale deriva dalla primitiva pieve del V-VII secolo, situata nella piana ai piedi del castello e dedicata a San Cassiano, vescovo di Imola martirizzato all’inizio del Trecento. Ma il cristianesimo arrivò da Ravenna, attraverso la diocesi di Forlimpopoli e la predicazione del primo vescovo San Ruffillo, che secondo la tradizione sarebbe morto mentre predicava il Vangelo ai pagani nel vicino paese di Portico. Una leggenda racconta che San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, e San Ruffillo si sarebbero incontrati proprio nell’alta Valle del Montone per incatenare un drago (simbolo del paganesimo) che infestava la zona. Legatolo con le loro stole sacerdotali, lo avrebbero poi gettato in un pozzo. Sta di fatto che fra Dovadola e Rocca, ai confini delle due diocesi, restano le chiese medievali dedicate a San Ruffillo e a San Mercuriale in Villarenosa.
Al nome primitivo del paese fu anteposto Rocca, cioè castello, come si legge in un documento del 1197: “Rocca Sancti Cassiani in Casatico”, restando nel primo millennio sotto l’influenza di Ravenna. Le intricate vicende militari e politiche che vanno dal IX al XIV secolo, testimoniano che il castello appartenne a vari proprietari feudali, fra cui il vescovo di Forlimpopoli, i monaci di San Benedetto in Alpe, i Guidi di Modigliana ed i Càlboli.
Con testamento del 7 agosto 1382, il conte Francesco di Paoluccio da Càlboli lasciò il castello di Rocca e tutti i sui possedimenti a Firenze, impegnata ad attuare una politica d’espansione puntando ai granai della Romagna, al porto di Cesenatico e alla creazione di uno “stato cuscinetto”, contro le mire sulla Toscana di Milano e Venezia, potenze alleate per creare uno stato unitario in Italia. In pochi decenni Firenze formò un “Capitanato fiorentino in Romagna”, retto da un capitano del popolo inviato da Firenze già nel 1386: fu l’origine della Romagna Toscana, costituita provincia nel 1542, che nel 1836 vide finalmente realizzato il progetto di un moderno collegamento stradale con Firenze, con l’apertura del passo del Muraglione. Nel secondo millennio Rocca aveva respirato l’aria di Firenze.
In quest’epoca di vivacità culturale, un triste avvenimento ha colpito il territorio di Rocca tanto da rimanere legato alla storia del paese: il “crudelissimo terremoto” del 22 marzo 1661 lasciò il tragico bilancio di 41 morti, 24 case rimaste in piedi su 115 in paese e 96 su 230 in campagna. Anche del castello restarono solo i ruderi. L’attuale assetto urbanistico del centro storico, compresa la bella piazza triangolare, risale alla ricostruzione dopo il terremoto. Per ricordare la terribile tragedia, la popolazione celebra ogni 22 marzo il “Voto” con manifestazioni religiose.
Rocca San Casciano divenne nel 1776 capoluogo della Romagna Toscana, in un’epoca di grandi riforme granducali: per la riorganizzazione del territorio, Rocca si arricchì di tutto l’apparato amministrativo toscano, portatore della cultura e della mentalità del capoluogo fiorentino, collegato allora direttamente alla corte imperiale di Vienna. La creazione nel 1837 del Circondario di Rocca San Casciano, con oltre 60mila abitanti, rafforzò le funzioni della cittadina, che si arricchì dell’Accademia dei Riconoscenti con teatro (1842), di una filodrammatica, una filarmonica e di vari circoli culturali, animati da uomini di cultura come il latinista e poeta Giuseppe Mengozzi, lo storico Francesco Versari e il musicista padre Damiano Poggiolini.
È in questo contesto che nel 1848 Federigo Cappelli fonda l’omonima tipografia, trasformata in casa editrice nazionale con sede a Bologna dal figlio Licinio. Oltre al benessere, la stampa dei libri porta in paese anche la lettura, tanto che nel 1917 la Biblioteca circolante del Circolo cattolico contava 1200 volumi ed il giro settimanale dei prestiti era di circa 50 libri. Nonostante i cambiamenti della globalizzazione, Rocca rimane il “capoluogo” socio-culturale della media e alta valle del Montone.
L’influenza amministrativa e culturale di Firenze su Rocca durò fino al 1923, quando Benito Mussolini riportò la Romagna Toscana sotto Forlì, per motivi amministrativi, economici e personali, perché il Tevere, “il fiume sacro ai destini di Roma”, doveva scorrere dalla Romagna alla capitale. Mussolini era particolarmente legato ai paesi della Romagna Toscana, e a Rocca il Duce intervenne in varie circostanze, fra cui il 10 giugno 1934 per inaugurare la Cappella dei Caduti, poi qualche anno dopo per la dimostrazione della “trebbiatura del grano a torso nudo”, in una piazza traboccante di folla, e il 20 giugno 1939 per inaugurare l’impianto per l’estrazione di gas metano sul monte Busca.
Oggi, fra le tradizioni più sentite a Rocca vi è la Festa del Falò, che si richiama alle antiche usanze di accendere fuochi nelle campagne per salutare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, detti anche fogarène o lom a merz. In paese sono famosi i fuochi di San Giuseppe o falò dei rioni Borgo e Mercato, che gareggiano sulle rive del fiume la sera dell’ultimo sabato di marzo. Ai fuochi iniziali si sono aggiunti i fuochi d’artificio e, intorno al 1970, i carri allegorici. Tre mesi prima della festa, iniziano i lavori per preparare i grandi pagliai di “spini” e i carri allegorici, coinvolgendo diverse centinaia di volontari di entrambi i rioni, in momenti di grande socializzazione. La Festa del Falò attira migliaia di persone da tutta Italia, che si godono sulle rive del fiume e nella piazza del paese un’atmosfera particolare, un mix di spettacolo di fuochi che gareggiano e si rispecchiano nell’acqua del fiume, una tradizionale competizione fra due rioni e tanta musica, mentre dall’alto la torre del Castellaccio, avvolta da un gioco suggestivo di luci e ombre, assiste allo scorrere lento del tempo.

a cura di: Fondazione Ugo Becattini

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